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Pëtr Il'ic Cajkovskij PDF Stampa E-mail

 

La vita

Caikovskij è nato il 7 maggio del 1840 a Kamsko-Votkinsk in Russia, il padre era un ingegnere minerario ucraino, la madre, una donna di nobili origini francesi. Iniziò a studiare il pianoforte all'età di sette anni e poi continuò i suoi studi musicali (dal 1861 al 1865) presso il conservatorio di San Pietroburgo. Dal 1866 al 1876 fu nominato professore di teoria e armonia al conservatorio di Mosca.

Piotr Ilic Caikovskij sposò la giovane Antonina Miljukova sua ammiratrice, che gli aveva scritto dichiarandogli il suo amore.
L'unione fu litigiosa e abbastanza piena di contrasti tanto che egli si rese ben presto conto di non poterla più sopportare: dopo solo quattordici giorni il compositore tentò il suicidio, poi scappò a San Pietroburgo in piena crisi isterica e infine si separò dalla moglie dopo appena sei settimane dal matrimonio.
Caikovskij non vedrà più Antonina, ma morirà da uomo sposato. La separazione contribuì comunque a rendere più insistenti le voci sull'omosessualità del musicista, natura che egli aveva cercato di domare attraverso un matrimonio.

Una donna che ebbe un ruolo ben più importante nella vita di Caikovskij fu Madame Nadezhda von Meck, una ricca e colta vedova, con la quale egli intrattenne una fitta corrispondenza.

Per volere di entrambi, i due non si incontrarono mai, tranne in due occasioni pubbliche nelle quali tuttavia non si parlarono.
Oltre a garantirgli un assegno di 6000 rubli l'anno, Madame von Meck fu per Caikovskij un'interlocutrice sensibile e un'autentica appassionata della sua musica.

Finché, ad un tratto, Madame von Meck interruppe i versamenti e la corrispondenza col compositore: una delle ipotesi è che abbia reagito così quando si accorse dell'orientamento sessuale di Caikovskij, e quando si rese conto di non riuscire a dargli in sposa una delle sue figlie, come tentò di fare anche con Claude Debussy, il quale aveva vissuto in Russia per qualche tempo come insegnante di musica della famiglia.

È in questo periodo (verso il 1890) che Caikovskij raccolse i primi grandi successi in Europa e negli Stati Uniti.
Caikovskij morì a San Pietroburgo il 6 novembre del 1893, soltanto nove giorni dopo la prima della sua Sesta Sinfonia, La Patetica.

È opinione diffusa che si sia procurato la morte, anche se il modo e le circostanze sono ancora incerte: si è parlato di colera, assunto bevendo acqua infetta, anche se è più probabile l'avvelenamento da arsenico in quanto sappiamo che durante il funerale Rimskij-Korsakov si avvicinò alla salma, e in precedenza alcuni amici avevano baciata la fronte del defunto (è però anche vero che alcune scoperte scientifiche relative al morbo avevano reso giustamente le persone molto meno terrorizzate da una in sé remotissima possibilità di contagio).

Si parla anche di un incoraggiamento al suicidio ricevuto da alcuni amici ed ex-compagni di scuola, affinché potesse evitare lo scandalo derivante da una relazione col nipote di un membro dell'aristocrazia russa.

Nina N. Berberova scrive la più interessante biografia di Cajkovskij, orientata sull'aspetto psicologico della personalità del musicista, dal titolo "Il ragazzo di vetro", come era solita chiamarlo l'adorata governante Fanny.
In tale scritto l'autrice tratteggia un interessante ritratto dell'artista partendo dalla fragilità giovanile del ragazzo, morbosamente legato alla madre, di origine francese, morta in giovane età di colera.
Attraverso gli anni dell'adolescenza, segnati da turbamenti e legami con compagni di conservatorio, si arriva al profondo legame affettivo con il cugino Davylov, cui sarà tra l'altro dedicata l'ultima opera, quella sesta sinfonia che può senza dubbio essere considerata lo struggente testamento spirituale di Cajkovskij.
La vita, notevolmente romanzata, è narrata nel film di Ken Russell L'altra faccia dell'amore (The music lovers, 1970).

 Le opere

Culturalmente molto distante dai compositori russi a lui contemporanei d'ispirazione nazionalista (il gruppo dei cinque), Cajkovskij rivelò nella sua musica uno spirito cosmopolita. Pervase da una sensibilità estenuata e da una naturale eleganza, le sue partiture presentano nondimeno tratti talora distintamente russi, soprattutto nlle melodie, talvolta ricavate dalla tradizione popolare o dalla liturgia ortodossa.

Diversamente dai colleghi russi, Cajkovskij studiò per tutta la vita la musica occidentale - dal prediletto Mozart agli operisti italiani, dai romantici tedeschi (Schumann certamente il più amato) alla nuova scuola francese di Bizet e Massenet - riuscendo a dare alla sua arte un respiro decisamente internazionale. In questo senso, la sua figura di artista aperto, capace di assorbire e rielaborare qualsiasi linguaggio e qualsiasi forma musicale, è fondamentale sia in ambito romantico, sia per la comprensione del futuro percorso artistico di Igor Stravinskij.


Tra i molti aspetti della sua figura poliedrica, di compositore quanto mai istintivo e appassionato e al tempo stesso estremamente attento alla cesellatura formale, spicca la sua straordinaria sensibilità timbrica. Cajkovskij seppe indagare le possibilità espressive degli strumenti tradizionali, in particolare i fiati, ricavandone suoni e impasti originali, raffinatissimi e inconfondibili. L'importanza che egli attribuì ai colori dell'orchestra fu tale da relegare la produzione pianistica in secondo piano, nonostante la straordinaria fama guadagnata dal suo primo concerto per pianoforte e orchestra.


 

Balletti

Il genere a cui Caikovskij deve maggiormente la sua popolarità è quello del balletto.

(1875 - 1876): Il lago dei cigni, Op. 20. Fu il primo balletto di Caikovskij, rappresentato, pur con quache taglio, al Teatro Bolshoi di Mosca, nel 1877. Fu apprezzato a pieno solo dopo la morte del musicista nonostante la finissima e fantasiosa cesellatura drammaturgica.

(1888 - 1889): La bella addormentata , Op. 66. Caikovskij vedeva quest'opera come una delle più riuscite.

La sua prima rappresentazione fu nel 1890, al Teatro Mariinsky a San Pietroburgo.

(1891 - 1892): Lo Schiaccianoci, Op. 71. Anche se il compositore rimase meno soddisfatto dell'impegno profuso per questo balletto, Lo Schiaccianoci è uno dei suoi lavori più popolari, anche grazie alla Suite realizzata dallo stesso Caikovskij, ed il suo fascino risiede in un peculiare sentimento di magico e di fatato legato al sogno e al ritorno a un sentire ingenuo.

Opere liriche

Caikovskij scrisse dieci opere liriche, tra cui ricordiamo le due più replicate:
(1877): "Eugenio Oneghin", Op. 24, dall'omonimo dramma amoroso di Aleksandr Puškin, che ottenne un ampio consenso nella prima del 1881.
(1890): "La dama di picche", Op. 68, sempre tratta da Puškin, e considerata il suo capolavoro teatrale, mostra particolari accenti di intensità macabra e angosciosa ("Quest'opera ha in sé qualcosa di spaventoso", affermava Caikovskij stesso).
gli altri titoli: "Jolanda", "La pulzella d'Orleans", "Mezepa", "Vakula il Fabbro"

Sinfonie

Le prime tre sinfonie sono lavori interessanti ma ancora acerbi, in genere di carattere nazionalistico. Le successive si soffermano su temi più profondi e più intensamente sentiti, quali il fato, l'angoscia esistenziale e, in particolare la Sesta, la morte.

(1866): Numero 1 in Sol minore, Op. 13, Sogni d'Inverno
(1872): Numero 2 in Do minore, Op. 17, Piccola Russia
(1875): Numero 3 in Re maggiore, Op. 29, Polacca
(1877 - 1878): Numero 4 in Fa minore, Op. 36, dominata dal trepidante tema musicale del "destino": "un'ombra costante che ostacola il raggiungimento della felicità, ..., una sorta di veleno per l'anima", che comparirà ben nove volte nel corso del primo movimento. I tempi centrali si caratterizzano per la loro magia e per la loro soave fattura, mentre il finale si presenta come estenuata ricerca della gioia.
(1885): Sinfonia Manfred, in Si minore, Op. 58, basata sul dramma gotico Manfred di Lord Byron, percorso dai temi, tipicamente byroniani, della colpa e dello spirito prometeico, mentre i tempi centrali sono dominati da un delicato e avvolgente sentimento della natura.
(1888): Numero 5 in Mi minore, Op. 64, ancora una volta dominata da un tema legato al "destino", ma dal profilo questa volta più morbido, che dopo avere compiuto una prima apparizione nel massiccio primo movimento, sorta di inno a un eroismo rassegnato, e dopo avere turbato i dolcissimi volteggi amorosi del secondo movimento, nel finale appare trasformato nel fulcro di uno sfarzoso inno alla Provvidenza divina.
(1893): Numero 6 in Si minore, Op. 74, Pathétique, dominata da un programma enigmatico, forse intimamente collegato agli ultimi sentimenti di vita di Caikovskij e perfino alla sua morte misteriosa, che, dopo l'appassionato movimento d'apertura e il successivo, etereo valzer, cui l'insolito movimento di 5/4 conferisce una sfumatura straniata e sottilmente inquieta, sembra esplodere nel parossismo d'eccitazione dello scherzo, dai toni spettrali e accesamente visionari, densi di una gioia straripante ed equivoca, e nell'affranta marcia funebre finale. Particolarmente rilevanti alcune dichiarazioni dello stesso autore in merito alla sua sinfonia ultima: "ho in essa riposto tutta la mia anima", "ed essa è penetrata da un carattere che resterà per chiunque altro un enigma".

Poemi sinfonici
(1869, due revisioni: 1870, 1880): Romeo e Giulietta (da William Shakespeare)
(1874): La Tempesta, Op. 18 (da William Shakespeare)
(1876): Marcia Slava, Op. 31
(1876): Francesca da Rimini, Op. 32 (da Dante Alighieri)
(1880): Capriccio Italiano, Op. 45
(1880): Ouverture 1812, Op. 49
(1888): Amleto, Op. 67 (da William Shakespeare)
(1890)-(1891): Voevoda, Op. 78


Di particolare pregio, nella loro fattura raffinata e capace del più sottile incanto, sono le due ouvertures Romeo e Giulietta e Francesca da Rimini, ispirate a due classici della letteratura.

Suite

Caikovskij scrisse anche quattro suite per orchestra, composte nel periodo tra la Quarta e la Quinta sinfonia. In origine pare che fosse tentato di chiamare sinfonie anche questi lavori ma si convinse a cambiarne il titolo. Le suite sono nondimeno sinfoniche nel carattere e costituiscono altrettanti capolavori trascurati della storia della musica sinfonica.

Concerti

(1874-1875): Dei tre concerti per pianoforte e orchestra, il numero 1 in Si bemolle minore, Op. 23, è il più conosciuto e apprezzato. Fu all'inizio respinto dall'esecutore per cui era stato pensato, il pianista Nikolaj Grigorjevic Rubinstein, il quale vedeva in esso una composizione poco ricca e poco interpretabile - e pertanto debuttò con Hans von Bülow a Boston nel 1875. Opera tra le più popolari del suo autore, si caratterizza per lo stile vivido e folgorante e per il grandioso incipit.


(1878): il Concerto per violino in Re maggiore, Op. 35, fu composto in meno di un mese tra il marzo e l'aprile 1878, ma la sua prima esecuzione ebbe luogo solo nel 1881 perché Leopold Auer, il violinista a cui Caikovskij intendeva dedicare il lavoro, si rifiutò di interpretarla. Tuttavia nel tempo il concerto si è guadagnato una grande notorietà.


(1889): il cosiddetto Terzo Concerto per Pianoforte in Mi bemolle maggiore, Op. 75, ha una storia curiosa alle spalle. La sua composizione iniziò dopo la Quinta Sinfonia, ed era stato concepito perché diventasse la sua sesta. Tuttavia, Caikovskij smise del tutto di lavorare su questo tema e cominciò a scrivere quella che oggi conosciamo come la Sesta Sinfonia, la quale è diametralmente differente (la Pathétique). Dopo la morte di Caikovskij, il compositore Sergej Tanejev riprese lo spartito incompleto, aggiunse una parte di pianoforte, e lo pubblicò come il Terzo Concerto per Pianoforte di Caikovskij. Comunque, un titolo più appropriato sarebbe "Una sinfonia incompleta di Caikovskij, realizzata per pianoforte e orchestra da Tanejev". La sinfonia incompleta fu poi nuovamente ripresa e completata in modo diverso dal compositore sovietico Sejmon Bogatirev e pubblicata come Sinfonia numero 7 in Mi bemolle maggiore.

Altri lavori

(1871): Quartetto d'Archi numero 1 in Re maggiore, Op. 11, il cui primo tempo suscitò l'ammirazione commossa di Lev Tolstoj
(1876): Variazioni su un Tema Rococò per violoncello e orchestra, Op. 33; Caikovskij considerava quest'opera come uno dei suoi capolavori.
(1876): Le Stagioni, suite per pianoforte, Op. 37a, ispirata a tenerissima e sognante malinconia.
(1882): Trio per Pianoforte in La minore, Op. 50
(1886): Dumka, scena rustica in Do minore per pianoforte, Op. 59
(1890): Souvenir de Florence, Sestetto d'Archi, Op. 70, ispirato a un soggiorno a Firenze.