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Francesca da Rimini, note coreografo PDF Stampa E-mail
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Francesca da Rimini, note coreografo
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Note del coreografo Fredy Franzutti

Image Ho ascoltato attentamente la musica di Caikovskij poco prima di iniziare a studiarne la coreografia, cosa molto rara per il mio modo di lavorare. Cerco l'ispirazione dalla musica e quasi mai il contrario. Ma in questa occasione ho accettato di coreografare il poema sinfonico prima ancora di averlo ben ascoltato. E così quando il direttore della stagione (era il 2002) mi chiese di coreografare la "Francesca da Rimini" di Caikovskij, mal celando la sua voglia di dirigere la pregiata partitura, ho accolto subito l'allettante proposta spinto soprattutto dal desiderio di realizzare la scena della mitica "bufera infernal, che mai non resta". Avevo bisogno di un brano breve da affiancare, in un trittico, al primo atto di "Bella Addormentata" e al secondo atto di "Lago dei Cigni", tale strano assemblaggio trovava la sua ragione proprio nel brano centrale: "Francesca da Rimini" tanto che decidemmo di intitolare la serata "Amor che a nullo amato". Il poema sinfonico inizia presentando con toni cupi e misteriosi gli abissi infernali, e subito ecco arrivare, con un grande effetto di archi che si rincorrono, "la bufera". Poi inizia il tema struggente dei due protagonisti che raccontano la propria misera vicenda, nel finale la "bufera" ritorna trascinando con sé gli infelici amanti per l'eternità.

Quando ho iniziato a lavorare avevo in mente alcuni versi del V canto di Dante, quelli che fin dai tempi della scuola rimangono impressi nella memoria di tutti e spesso assurti a proverbi, ovvero:

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"La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta".

"Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere dal voler portate".

"Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.",

"la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante"

"Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.

E caddi come corpo morto cade".