La Bella Addormentata è la fiaba che preferivo durante l’ infanzia, e che tuttora considero “la fiaba”. Nel realizzarne una mia versione ho voluto avvicinarmi allo spirito leggero e pedagogico della storia, e insieme ho fatto sì che la fiaba stessa si avvicinasse a me e al mio mondo – nel modo più diretto e concreto: cronologicamente e geograficamente.
Ho ambientato La Bella Addormentata nel Mezzogiorno italiano e racconto, con la storia di Aurora, il tempo dei miei nonni, il tempo di mia madre, il mio tempo.
La bella addormentata, nella celebre versione fiabesca di Charles Perrault che tutti conosciamo, è una rielaborazione in chiave francese e barocca di una novella composta circa un secolo prima dal letterato napoletano Giambattista Basile. Fu quest’ultimo a narrare per primo, con una scrittura dai colori sanguigni, intrisa di violenza ed esplicito erotismo, la vicenda di una fanciulla addormentata da un incantesimo malefico e abbandonata al proprio destino in un bosco.
Immergere poi la trama articolata di Giovanbattista Basile nel Salento del Novecento, seguendo l’impianto drammaturgico di Marius Petipa (primo coreografo del balletto – 1890, Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, Russia ) e rispettando, naturalmente, la coerenza della partitura di Pëtr Il’ič Čajkovskij, si è rivelato un percorso stimolante sul piano creativo ed entusiasmante sul piano della ricerca.
Nel corso del lavoro sono emersi numerosi punti di contatto e significative conferme a sostegno di questa interpretazione.
È lo stesso Basile a introdurre per primo il racconto, collocando la vicenda nel Mezzogiorno d’Italia. La principessa si chiama Aurora e non è forse suggestivo pensare che proprio a Otranto si manifesti la prima aurora d’Italia? Anche la fata Jargavan, citata da Basile, che trova corrispondenza nella Fata dei Lillà di Petipa, sarebbe infatti una parola di area slava riconducibile al lillà. Elementi che rendono plausibile una matrice letteraria orientata verso il Sud-Est, pur tenendo conto delle diffuse contaminazioni culturali albanesi presenti anche in Calabria.
La svolta più significativa è arrivata, però, con la sostituzione del fuso con il ragno, con la mitica tarantola. Da quel momento, la storia ha acquistato una nuova profondità espressiva e simbolica. Un riferimento particolarmente interessante emerge dalla corrispondenza tra Marius Petipa e Čajkovskij: Petipa avrebbe richiesto espressamente che il momento della puntura fosse reso come quello di un morso di ragno, con il veleno che si diffonde nel corpo e innesca una crisi. Un’immagine che richiama in modo sorprendente la manifestazione del tarantismo.
È interessante domandarsi come, nella Russia di fine Ottocento, si avesse una conoscenza, diretta o indiretta, del fenomeno del tarantismo. Al di là di questa riflessione, l’accostamento si rivela drammaturgicamente fecondo: la puntura, il veleno, il corpo che reagisce e la crisi che si manifesta nella danza trovano una nuova coerenza all’interno della vicenda. La coreografia e l’idea interpretativa non si limitano così a trasferire una storia in un diverso contesto geografico e culturale, ma ne fanno emergere risonanze inattese, capaci di legare il mondo fiabesco alla memoria profonda del Salento e del Sud dell’Italia in generale.
ll personaggio principale e narratore della vicenda diventa il padre di Aurora, un nobile di alto lignaggio che, durante la seconda guerra mondiale, si ritira nella propria dimora di campagna per allontanarsi dalle paure e dalle incertezze del conflitto.
Incarna lo stereotipo del padre meridionale dell’epoca: autoritario e protettivo, nutre per la figlia un amore profondo, ma anche possessivo. Vorrebbe trattenerla per sempre nell’infanzia, proteggendola dai pericoli del mondo e impedendole, inconsapevolmente, di diventare adulta.
Nella costruzione dei personaggi mi sono ispirato a Bruno Bettelheim e al suo The Uses of Enchantment (1976), in cui le fiabe tradizionali vengono analizzate attraverso una prospettiva psicoanalitica, mettendo in luce le dinamiche familiari e il significato simbolico dei personaggi.
Antagonista drammaturgica è Carabosse, la fata esclusa dal battesimo di Aurora. Una sorta di parente scomoda, quella zia “gattara e alcolista” che è meglio non invitare a una festa formale per non compromettere l’immagine rispettabile della famiglia.
Carabosse si presenta ugualmente, mostruosa e maledicente. Ma è davvero così, oppure la vediamo attraverso gli occhi di una famiglia esclusivista, incapace di accogliere ciò che non corrisponde alle proprie convenzioni?
Credo che la sua mostruosità diventa il riflesso di uno sguardo che trasforma la diversità in una minaccia. La bella addormentata è anche una fiaba sulle dinamiche familiari, sul bisogno di controllo e sull’esclusione, dove la domanda fondamentale è: chi è davvero il mostro, chi maledice o chi condanna gli altri all’emarginazione?
Sedici anni dopo, alla festa per il compleanno di Aurora, Carabosse si ripresenta con il suo velenoso regalo, ma sotto nuove spoglie, elegantemente vestita e tirata a festa. Il personaggio, che richiama storicamente la tradizione dell’en travesti, introduce un’altra figura dell’esclusione: una presenza eccentrica e fuori misura, un gigante transessuale che mette in crisi le convenzioni e l’immagine rassicurante della famiglia.
La vicenda prosegue come nella fiaba, fino al matrimonio finale, quando tutto sembra essersi risolto per il meglio. Ma proprio allora Carabosse riappare: questa volta non per maledire, bensì per rivendicare con forza il proprio diritto a essere parte della famiglia.
Pace fatta! La famiglia finalmente la accoglie e, per una volta, il lieto fine diventa davvero tale: tutti vissero felici e contenti, non perché ogni diversità sia scomparsa, ma perché nessuno è più costretto a restarne fuori.
« Il direttore del Balletto del Sud, Fredy Franzutti, ha ambientato la sua “Bella Addormentata” nel natio Salento. La Fata Carabosse è la solita vecchiaccia tutta nera, che cercherà di uccidere Aurora, non con un fuso aguzzo, ma col morso della tarantola, seguito da inutili danze esorcizzanti. Un’idea geniale. (…) »
« Appassionati, giovani, talentuosi, tecnicamente agguerriti, sbarcano al Teatro Brancaccio i ballerini del Balletto del Sud. Protagonisti di un’accattivante e moderna versione de “La Bella Addormentata” creata nel 2000 da Fredy Franzutti. »
«Arriva sulla scena una versione originalmente moderna a firma di Fredy Franzutti, capace coreoautore avveduto e colto, che con il Balletto del Sud si è imposto all’attenzione anche proprio per alcune sue stimolanti rivisitazioni di capolavori del balletto accademico. L’operazione è interessante»
« Franzutti continua a creare balletti molto ricchi di scene, costumi, musiche con un impianto coreografico di stampo classico e un cast di tutto rispetto. Il prodotto è popolare senza mai scadere nel commerciale.
I ballerini sono bravi.»















