
« Basti pensare a Mozart, Schumann, Verdi e Debussy. Alcuni di questi brani hanno fatto da “colonna sonora” allo spettacolo Le Maschere, 40esima produzione della compagnia “di casa” il Balletto del Sud che, diretta dal coreografo salentino Fredy Franzutti, colleziona successi e sold-out nelle numerose tournée nazionali e all’estero. Spettacolo che ha debuttato al Teatro Apollo di Lecce, gremito in entrambe le serate.
Le Maschere è una parata – come la definisce il coreografo – di brani celebri e sue creazioni che hanno appunto come tema comune le maschere della commedia dell’arte e il carnevale. Tra le citazioni possibili in un programma del genere, Franzutti indaga soprattutto nel mondo del balletto romantico e di primo ‘900 costruendo una serata – diciamo subito ben riuscita – in forma di Gran Galà con ospiti d’eccezione, presentatori, intermezzi musicali e parterre delle grandi occasioni.»


Il sipario si è aperto sulle note della Sonata in Do maggiore K 545 di Mozart, eseguita con garbo dalla pianista Sara Metafune. Un corteo settecentesco di dame e cavalieri avanzano con movimenti meccanici, ricordando i nobili della corte dell’Imperatore Giuseppe II intenti ad ascoltare il giovane Mozart.
Invadono poi la scena i Pierrot di The Fairy Doll, brano ricostruito del coreografo Josef Hassreiter su musiche di Josef Bayer e Riccardo Drigo. Lo interpretano eccellentemente i primi ballerini della compagnia: Nuria Salado Fustè, Alessandro De Ceglia e Carlos Montalvan. Tra gag di corteggiamento e virtuosismo sfrenato, il trio ha divertito il pubblico che gli ha riservato calorosi e convinti applausi.

Nei 200 anni dalla nascita di Offenbach non poteva mancare l’accattivante ed elegante Can Can – dall’Orfeo all’inferno – impreziosito dallo charme delle ballerine e dalla tecnica brillante del solista Ovidiu Chitanu, che ha strabiliato con giri ed evoluzioni con atterraggi felini.
Il soprano Silvia Susan Rosato Franchini, accompagnata dal pianista Alberto Manzo, ha ben eseguito “Una voce poco fa”, la cavatina di Rosina dal Barbiere di Siviglia, e “Voi che sapete” dalle Nozze di Figaro. Contemporaneamente si animava una coreografia in controcanto di tre armoniche maschere in bianco.
Uno dei momenti più attesi e di vero pathos condiviso è stato il Carnaval del coreografo Michel Fokine, ricostruito dalla coreografia originale e danzato da Alice Leoncini (colombina innamorata), Alexander Yakovlen (arlecchino teatrale con salti balenanti). I costumi pregiati sono stati realizzati da alcuni bozzetti che Carla Fracci ha donato a Franzutti come augurio per la produzione.


Il prezioso spartito che Schumann ha composto nel 1835 è stata interpretato magistralmente al pianoforte da Francesco Libetta che ha reso la serata, con la sua presenza, un vero evento. Eseguire in questa maniera il Carnaval significa trovare uno spazio per la libertà creativa e per l’espressione musicale anche all’interno di una velocità imposta dalla presenza di ballerini che eseguono una particolare coreografia. Ed è appunto quello che ha fatto il musicista salentino, che ha suonato con l’atteggiamento di collaborazione tipico della musica da camera, e non del solismo capriccioso. In questo senso l’abitudine di Libetta al linguaggio della coreutica (ha anche diretto La Bella Addormentata e Lo Schiaccianoci) è stato evidente non solo dalla postura e dal particolare virtuosismo della gestualità strumentale, ma anche dalla tenuta ritmica e dal controllo della pulsazione.
Il programma è continuato con l’Harlequinde di Riccardo Drigo danzato prima dalla solista Chie Descimaru, graziosa ma con qualche incertezza nella chiusura della variazione, e poi dalla coppia ospite composta da Arianne La Fita Gonzalvez eVittorio Galloro – primi ballerini di scuola cubana e spesso in diverse compagnie d’Europa – che lo hanno danzato nella versione di Alicia Alonso. Con carisma ed esperienza hanno convinto il pubblico, anche se nella parte finale del brillante passo a due hanno perso qualche attimo di affiatamento, concludendo non fluentemente le ultime battute della coreografia.

Il toccante intermezzo dal terzo atto della Traviata è stato danzato in maniera rarefatta e appassionata da Nuria Salado Fustè – sofferente Violetta in attesa della morte – e da Alessandro De Ceglia – Alfredo pentito e apprensivo. Nuria Salado Fustè ha dimostrato la raggiunta maturità scenica in una serata dove è passata con disinvoltura da ruoli leggeri di colombine e bambole alla drammatica interpretazione del personaggio verdiano, facendoci rivivere, tradotto con la danza, la presenza della “divina” Maria Callas.
Poi una Morisca interpretata con brio da Carolina Sangalli e una allegra Tarantella danzata dalla compagnia in gruppo sulle note della Danza di Rossini con la voce di Silvia Rosato Franchini.
A seguire due applauditi interventi di virtuosismo pianistico: l’ouverture delle Nozze di Figaro nella trascrizione di Czerny eseguita a 6 mani da Alberto Manzo e Sara Metafune – del master di pianoforte della Fondazione di Paolo Grassi di Martina Franca – e dallo stesso Libetta, che poi insieme a Manzo ha suonato a 4 mani due danze di Grieg. Il momento davvero magico è stato quando Libetta ha interpretato il celeberrimo Clair de lune di Debussy, il brano più ascoltato sulle piattaforme streaming, che mantiene a tutt’oggi intatto il suo fascino nonostante un ascolto così diffuso. O forse proprio grazie a questo.

Fa parte della Suite bergamasque (composta nel 1890 e successivamente rielaborata dal musicista francese nel 1905), “bergamasque” come le maschere della commedia dell’arte, e come la danza delle maschere, e si riva ai versi di Verlaine. Quindi un legame del “Clair de lune” con il soggetto della serata c’era. Il gioco delle maschere aveva già incuriosito Debussy nel 1882, quando aveva composto “Pantomime” per voce e pianoforte su testo sempre di Verlaine, e lo attirò nuovamente nel 1904, alla vigilia della revisione di questa Suite, quando scrisse Musques per pianoforte.
Momento magico. si diceva, perché l’intimistica e sognante liricità di questo pezzo è stata mirabilmente messa in rilievo da Libetta grazie ad un tocco magistrale, espressivo ed etereo, e con uno straordinario controllo delle sonorità, facendo arrivare il pianissimo senza che si perdesse una sola nota. È questo il virtuosismo di retorica per eccellenza.
In coda un passo a due sul concerto per Clarinetto e orchestra K 622 di Mozart, animato con pose porcellanate da Nuria Salado Fustè e Carlos Montalvàn; ed a seguire il passo a due Il Carnevale di Venezia, con le coreografie di Marius Petipa su musiche di Cesare Pugni, ben danzato con stile, tecnica ed eleganza da Vittoria Valerio ed Emanuele Cazzato del Teatro alla Scala di Milano, a cui forse sono stati rivolti gli applausi più sonori.
Dopo una premiazione di riconoscimento allo stesso Emanuele Cazzato (di origine salentina e oggi nel corpo di ballo milanese) da parte dell’assessore alla Cultura della Regione Puglia, Loredana Capone, la serata si è conclusa con un affascinante e corale valzer sulle note del georgiano Aram Khachaturian con una notevole coreografia di Franzutti, che in maniera leggibile e musicale ha ben gestito nello spazio scenico gli spostamenti dei ballerini.
Applausi a scena aperta per tutti, in una serata di successo scandita in quadri introdotti dalle voci professionali ed eleganti di Andrea Sirianni e Giuliana Paciolla.
La recensione si riferisce alla serata del 24 febbraio 2019.
« È uno spettacolo d’antan, nel senso più squisito del termine, Le Maschere, del coreografo e regista Fredy Franzutti per il suo Balletto del Sud. Il Gala-Concerto à la russe unisce felicemente, e come ormai di rado accade, balletto e musica, su un motivo che è stato topos per entrambe le arti.»
« Tra le citazioni possibili in un programma del genere, Franzutti indaga soprattutto nel mondo del balletto romantico e di primo ‘900 costruendo una serata – diciamo subito ben riuscita – in forma di Gran Galà con ospiti d’eccezione, intermezzi musicali e parterre delle grandi occasioni.»
«Le Maschere del Balletto del Sud è uno spettacolo caleidoscopico, entusiasmante e raffinato, una successione di grazia e bellezza, di alta qualità artistica, un insieme di danza, musica e canto che si non si esaurisce sul palco, ma che ha la capacità di arrivare fino alla pelle.»
























































